Roberta Salvatori, Ram 2005

Roberta Salvatori (installazione)
Di Maria Rita Bentini

Il ritratto che l’amico pittore ha fatto per lui possiede le qualità dell’ossessione che incalza Dorian Gray. Quell’immagine bellissima colta nell’hic et nunc della giovinezza, che l’arte sa rendere per sempre presente, si trasforma: i segni dell’esperienza anziché depositarsi su pelle e carne, passano nell’altrove della pittura e lì si accumulano, deturpando di giorno in giorno quel dipinto perfetto.
Il ritratto di Dorian è il suo corpo-anima trasformato dal tempo, il sismografo sensibile di quanto vissuto; il suo volto perennemente intatto è la maschera di un fragile “primo stato” che non gli appartiene più.
Vacuum” (2004) di Roberta Salvatori raccoglie le tracce di questa lettura, nell’ambito di una ricerca che con determinata leggerezza sfugge ai nostri intenti di definizione territoriale preferendo orientarsi liberamente tra corpo, visioni, concetti.
Lo “smanicato in rosso” che vediamo isolato nei tre tempi dello spazio bianco è abito pelle corpo e contemporaneamente sottrazione di corpo pelle abito.
Nuova sottovuoto, una merce tra le altre (il codice a barre la identifica nel grande supermarket della realtà e la scadenza la data)/Passata all’uso, attraversata dall’energia, intaccata/Consunta, bucata, “vissuta”, decisamente pronta per essere gettata via.
L’etichetta-titolo “vacuum” non coincide con “empty” (=containing nothing), e rimanda la mente a uno spazio evanescente, leggero, aereo. Di fatto Roberta parla il linguaggio del corpo eludendolo con ironia. L’oggetto è un prolungamento del proprio organismo, un doppio di sé stretto all’epidermide? E’ una nuova linea di abbigliamento? Oppure un’idea, con l’esplorazione del tempo e della sua fenomenologia attraverso la rapida degradazione della materia?
L’abito è un involucro in azione che si modifica col tempo e col corpo anche in “Leggeri_contrasti”, l’anomala collezione disegnata – si fa per dire – e proposta al pubblico come performance: vestire un capo vintage è il gesto che fa destrutturare e trasformare il pezzo già vissuto sul mio corpo che in questo momento lo indossa. Addosso, il vecchio impermeabile diviene pantalone, l’abito di chiffon si riannoda in camicia, la fodera senza alcuna operazione di taglia e cuci è una tunica trendy (” un nuovo che non fa paura”, dice la filosofia d’insieme, “una nuova esperienza…un abito, una seconda pelle leggera, provocante, viene recuperata dal passato e riassemblata in una nuova identità..”)
Roberta Salvatori è una giovanissima “in erba” nel mondo delle arti visive e sta cercando i contorni di una propria identità intermittente attraverso segni e oggetti legati alla corporalità intesa come linguaggio fragile dell’io, ma i confini e i territori da lei attraversati sono da registrare tra i segnali e le frequenze emesse dalle ultime generazioni.
Anche le cose da lei disegnate o reinventate con la fotografia sono concetti legati a questi attraversamenti, non prodotti.
Ecco allora le inquietanti bags le cui textures mostrano i segni di invecchiamento (o di giovinezza) della pelle del corpo, trofei esibiti da ragazze poco innocenti che rimandano a una qualche Giuditta interpretata nella storia della pittura come artefice di un eros tutt’altro che rassicurante (”sono accessori che invecchiano, invidiano la nostra giovinezza o ci mostrano come vorremmo essere, quello che vorremmo avere; un progetto ironico, a volte un po’ crudele e provocatorio, per riflettere sulle possibilità comunicative del corpo”, dice Roberta). Oppure la presenza-assenza di una borsa in seriale pvc made in china che nel gioco “op” di composizione mostra i pieni e i vuoti di forme più organiche che geometriche, fantasma di un corpo svanito sulla superficie patinata delle immagini, che è protagonista della serie di fotografie rielaborate digitalmente in “Kookaì”, calendario 2004.
Gli oggetti, d’altra parte, attivano i sensi e si possono inventare sondando i canali di comunicazione dei corpi in essi presenti di riflesso, in proiezione.
“Double trace” recupera l’idea assolutamente basic dell’infradito giapponese – la millenaria geta – e l’assume togliendo ogni rigidezza a quella forma antica, per trasformarla in qualcosa di morbido, tattile, rilassante, utilizzando un materiale nuovo (il gel poliuretanico è stampato a listini bombati per accarezzare il piede ad ogni passo). Una protesi del corpo?
“Bi-twin” è alla lettera un oggetto di frontiera – assona perfettamente con between -, vale a dire un biscotto-tazza di tè da tenere in tasca per ogni evenienza (d’altra parte com’è possibile trovarsi a casa nell’universo metropolitano per il tè delle cinque?). Tenta il nostro palato ricordandoci fisicamente il relax del rito British, è un’invenzione biscuit+tè twinings fatta un po’ di pasta di biscotto e un po’ di soffice gelatina al tè (naturalmente il Twining tea nei tanti differenti gusti che conosciamo). Sembra proprio la nota “bustina”, ma è davvero molto altro.
A quando un happening per la degustazione?

Maria Rita Bentini


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