Luca Merendi, Ram 2005

Luca Merendi (pittura)

Vertigine sul parapendio dell’immagine
Di Elettra Stamboulis

L’arte è per antonomasia pittura. Lo è ancora, perlomeno nell’immaginario e nella pratica comune, non professionistica. Il numero di lavori pittorici presentati in qualsiasi selezione artistica per questa categoria, supera sempre di gran lunga le altre. La malia e l’attrazione per la pratica pittorica sono ancora superiori all’interesse dimostrato per le modalità artistiche novecentesche, quali l’installazione o la video-arte. Luca Merendi è uno dei stregati dal disegno, dalla pittura e l’illustrazione, ma al contempo mitiga questa vertigine con la lavorazione digitale del materiale. Crea una distanza positiva e proficua, allontana il soggetto e la materia mediante l’utilizzo della lavorazione digitale. La peculiarità del suo lavoro sta nel porsi sul pericoloso discrimine tra pittura, pittura digitale, comunicazione pubblicitaria e illustrazione.
Soprattutto l’illustrazione sembra particolarmente influente nelle scelte stilistiche di questo giovane: evidente il richiamo al notturno e poco amato in Italia (poco, in relazione all’enorme influsso che invece ha a livello mondiale) Dave McKean: la tecnica di questo artista poliedrico e prolifico per coloro che, come Merendi, prediligono soluzioni a tecnica mista, legate ad un immaginario dark e in mistico, è sicuramente un punto di partenza quasi obbligato. Merendi non ne è immune: il suo percorso si svolge d’altro canto in territori meno battuti. Si muove in lande che confinano con la pubblicità e ammiccano al calembour di immagini e parole. L’ironia non è esclusa da questo mondo barbarizzato e sodomizzato dal prevalere di icone commerciali che, senza volere, si infiltrano nella produzione anche dei neoromantici, ai quali Merendi a mio avviso appartiene. La citazione dell’assenzio in un suo lavoro non può non rimandare a scenari decadenti o post romantici. Le immagini di figure femminili rese oggettuali sollecitano ricordi di certa comunicazione voyeristica e alcune modalità di trattamento dell’immagine citano modi alla Toccafondo: eppure questo citazionismo e universo ibrido rimane al contempo scevro da manierismo e da tentativi mistificatori, quasi depurato dalla accurata attenzione al senso che traspare soprattutto mettendo in relazione soggetto e titolo.
Difatti, se la fastidiosa mania dilagante del “senza titolo” riempie di caduche immagini e di simulacri vuoti di senso le sale espositive di mezzo mondo, Merendi fa parte di quell’esigua categoria che ancora insegue il mondo del semantema. È un romantico semantico, crede nel significato e nel significante. Senza investirsi da pericoloso cavaliere del significato, rischio al quale potrebbe essere sottoposto, visti anche certe visioni alludenti al fantasy magic che ci propone. Anche in questo caso cammina su un discrimine ripido, e forse percepisce un po’ di vertigine: si sottopone al rischio di nominare. A quella pericolosa pratica stregonesca e magica che qualsiasi genitore conosce: dare un nome e attribuire un destino, anche alla propria opera.
Egli si affida molto alla casualità del fato, anche quando racconta il processo di produzione del proprio lavoro: tentativi che se non compiono subito il miracolo della definizione, vengono abbandonati. Anche le tonalità di colore che predilige ricordano la tavolozza di colori che normalmente attribuiamo al mondo del magico.
Le sue visione si muovono quindi con tratti suadenti, leggibili e consone al contemporaneo, ma attingono a quel substrato di irriducibile antropologico e magico che tanta parte ha soprattutto nella produzione dell’illustrazione e del racconto fantasy di qualità: sono elementi in genere estranei al mondo piuttosto freddo e pietrificato dell’arte contemporanea da galleria, più incline al bianco – nero – grigio, alla tavolozza del pop o del pastello.
In uno scenario in cui prevale l’interpretazione che vede al centro il tema del confine, dell’incrocio, del varco, della nebulosa parcellizzata senza confini dell’assenza identitaria, questo artista si presenta con una sua propria identità, anch’essa ovviamente ibridata e contaminata, ma al contempo ben definibile: ha una sua storia da raccontare, un suo universo di simboli che agiscono a livello biografico e stabilizzano la sua produzione intorno ad un universo simbolico ed iconico comune a molti della sua generazione. O meglio a target definiti della sua generazione. Nella babilonia iconica in cui viviamo, tracimatrice di immagini e di loghi, ci sono gruppi di identità che leggono gli stessi libri al margine, ascoltano la stessa musica e si nutrono degli stessi suoni. Le tribù non sono finite, ma vivono al limitare del bosco in cui si fabbricano le immagini di status. Merendi ci fa cogliere la summa di questa sua tribù, ne è un interprete consapevole e sensibile. Un illustratore che usa la pittura e il computer per raccontare le storie dei suoi amici e le loro simbologie ad uso quotidiano nella ricerca disperata di un senso in un’autostrada in fuga da esso, spaesata e informe nella pianura padana non più contadina, ma non ancora digitale e informatizzata.

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