Daniele Pezzi, Ram 2005

Daniele Pezzi (video arte)
Di Serena Simoni

“Da quando il nostro bisogno di
casualità è più grande del bisogno
per il comfort, il desiderio per la
tecnologia sembra essere una forza
di gran lunga maggiore
e destabilizzante”

Lars Spuybroek (NOX)

La scelta del nome “Shoggoth” per la collaborazione artistica che si è andata stabilendo da un paio d’anni fra Daniele Pezzi e Paolo Pennuti è stata – dicono – del tutto casuale. Non è un caso invece la scelta di lavorare insieme, di condividere esperienze e cultura – legata alla cinematografia, alla filosofia e all’architettura oltre che all’arte – e la predilezione assoluta per le nuove tecnologie. Il mondo delle immagini, della comunicazione televisiva e cinematografica e le infinite possibilità di modificazione, controllo, veicolazione dei messaggi visivi, fino alle pieghe del mondo subliminale, è il territorio su cui si è scaltrita questa generazione, cresciuta col mouse in mano (ma anche con i lego).
La prima necessità è quella di appropriarsi dei nuovi sistemi di comunicazione per poterli riutilizzare in chiave espressiva autonoma. Hanno ben chiare le conseguenze dell’impatto della globalizzazione sull’individuo “mediatico”: l’impersonalità dell’esperienza soggettiva, così come viene determinata dai valori indotti, dalle manipolazioni informative, non li spaventa. Non possiedono quel senso di individualità in declino, di perdita del sé, così spesso denunciate in passato. I loro riferimenti stanno fuori dal bipolarismo forte-debole: se l’io non può che essere post-umano, un’identità cyborg, nomade, fluida, costruita artificialmente, e di cui soprattutto sfugge il controllo del meccanismo di costruzione, ebbene, che sia. Se un atto di libertà è ancora possibile, forse sta nel portare all’esasperazione il processo di ibridizzazione mediatica, nel rinunciare al valore dell’esperienza singolare e nello svelare i meccanismi che costruiscono i modelli informativi e visivi, appropriandosi degli stessi sistemi di controllo.
“Artfancy” – a cui si sta lavorando mentre scrivo – è un video che nasce dalla contaminazione di immagini di un ristorante, ripreso in esterno a taglio basso, davanti a cui passano decine di piedi e gambe, con altre solarizzate, quasi irriconoscibili ma rilanciate a livello interplanetario: quelle degli ostaggi italiani in Iraq mentre consumano il pasto. Il lavoro è sempre aperto perché il work in progress è una delle modalità stabili del lavoro: nessun dato viene preso per definitivo. L’opera può subire modifiche o aggiunte, uscire in versione video, video-installazione, o in immagini da intendersi come abstracts teorici.
Sulla stessa linea d’onda è il video “Suspect!” (2003) dove il presidente Bush é ripreso fuori dai contesti ufficiali, percepito quasi come una “maschera” grazie alla solarizzazione dell’immagine, mentre rilascia dichiarazioni imbarazzanti su cosa lui consideri essere l’America, intercalato da registrazioni televisive di esplosioni nucleari video e audio dell’11 settembre: una breve visione profetica sul fenomeno di quanto la nuova politica possa determinare enormi pressioni sull’immaginario, e la conseguente rinascita di valori neoconservatori forti.
Passando dal piano dello svelamento della messinscena mediatica ad uno più vicino al nuovo individuo, “Criptophoro” (2004), realizzato da Daniele Pezzi, pare introdurre la rilevanza che hanno i nuovi media per esaltare la frammentarizzazione identitaria. Il mezzo fluido della cinepresa, adattabile ai percorsi spazio-tempo, aperto alle modifiche e soste dell’interiorità, sembra il migliore per restituire il monologo e la visualità del soggetto. Non c’è interesse al frammento emozionale ma all’analisi del meccanismo di resistenza individuale. L’io frammentario ingloba e si espande, interiorizza e perde i confini, estendendoli a seconda delle necessità: il minimo comune denominatore di questo essere indeterminato è il ritmo, quello della musica e del respiro.
Interrogarsi sulla percezione ha portato alla realizzazione di “Rorschach” (2004) e “Travelgum” (2004), due opere in versione video e videoinstallazione che in modo diverso rimandano alla questione del rapporto soggetto/oggetto. Nel primo lavoro, realizzato da Pezzi con la collaborazione sonora dei C.V.D., si mescolano sfondo e narrazione, musica, immagini, e piani prospettici: ciò che vediamo e sentiamo non è che frutto di una deformazione in cui il centro di gravitazione è il nostro interno, che fa proprio ciò che è vicino e lontano, senza distinguere l’elemento manipolato da ciò che è reale. “Travelgum” riconduce invece l’attenzione alla protesi percettiva – l’abitacolo di un’automobile – il nostro prolungamento sensorio più diffuso. Fondersi con esso non implica solo l’adattamento ai movimenti e direzionalità meccaniche ma a una diversa prospettiva visuale. E aggiungeremmo uditiva. Lo zapping radiofonico di brani da film, interviste con operai, politici – verdi e non -, giornalisti, pescatori, industriali, costruiscono una rete interpretativa aperta sulla storia passata e recente della zona industriale suburbana di Ravenna, mentre si accellerano e rallentano le riprese dall’automobile dell’interporto, ibrido fra valori massimi di industrializzazione e natura.
L’osservazione della casualità, di come ogni ecosistema rimetta in campo energie continue per la legge di conservazione, è individuabile in “Edison” (2004) che riesce a ottenere un’immagine poetica – nonostante la poesia non sia un obiettivo – ricca di rimandi. Un lampione visto attraverso un albero nel vento è una suggestione magrittiana su cui interviene il caso: un treno che passa spezza l’immagine, la fa tornare di nuovo, mai come prima. Il loop in questo caso non è un mero espediente di montaggio, perché grazie all’iterazione senza fine si individua l’assunto di una modalità di intervento casuale e ridefinizione dello status.
Di nuovo la casualità entra in gioco in “Minuti di coincidenze casuali” (Daniele Pezzi, 2003) in cui ad essere indagata è la teoria dell’onda temporale e il rapporto fra essa e l’elemento di rilevanza di un atto o di un avvenimento. Nel video è la coincidenza nuda e cruda ad essere resa visibile nella compresenza fantasmatica dello stesso soggetto, calzato di rete in faccia per spersonalizzare l’esperienza.


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