Cesare Fabbri, Ram 2005
Cesare Fabbri – Antropico Naturale (fotografia)
Di Sabina Ghinassi
Già dal titolo, che Cesare Fabbri ha scelto per una delle molte serie dei suoi lavori (Antropico Naturale), si intuisce come questo artista viva di ossimori, di scontri e convivenze in apparenza insanabili, ma, bizzarramente, in equilibrio. Nelle sue opere tutto è naturale e, nello stesso tempo, antropico, cioè umano. Combattuto tra ratio aristotelica e psichè platonica, tra quadrato e rettangolo, tra colore e bianco e nero, tra sovraesposto e fuori fuoco, Cesare si aggira armato di obiettivo nel mondo per raccontarlo a suo modo. Dice di non potere fare a meno di tornare sull’analisi dei fenomeni, di amarli ancora di più attraverso la distanza del tempo, siano essi frames di paesaggio, siano essi figure umane. Poco importa che quel mondo, con qualche rara eccezione, abbia un raggio di indagine di tre chilometri intorno a casa sua (in omaggio a Ghirri): quel diametro, in apparenza scarno, è già traccia, exemplum mirante alla misurazione delle cose, una misura che vuole essere razionale e diventa sempre coraggiosamente affettiva.
Ed il suo scorrere sul paesaggio è segno di un atteggiamento etico e insieme appassionato: i fossati invasi da erbe macerate e da equiseti non sono mai ricostruzioni, teatrini barocchi o aree di azione sulle quali muovere probabili performances. In questo Fabbri è lontanissimo dalle indagini di altri artisti che gli sono vicini come area espressiva; non interviene mai su ciò che fotograferà, non ricamerà mai merletti di spine di rovo sulla corteccia di una quercia come Andy Goldsworthy, non costruirà dolmen di pietra dove passa, come Richard Long. Non è, insomma, un land artist; Cesare non vuole lasciare tracce fuori.
Le uniche tracce che gli interessano sono quelle che impressionano la sua pellicola.
E la sua macchina conquista una valenza fisica; diventa protesi di cuore, di occhio, di testa.
Attraverso lei tutto diventa perfetto in quel momento e negli altri momenti che scandiranno le stagioni e i giorni: sul tappeto erboso, sul cretto di cava, sullo stagno passeranno la pioggia, l’arsura estiva, la neve, tra il gioco delle correnti d’acqua tra i sassi.si intrecceranno lievi le alghe umide ed i muschi. E Cesare registra quello che avviene, oppure lo ritrova, lo inventa forse.
E’ una visione tra le mille possibili, una prospettiva tra tante; altre ancora ne verranno e si addenseranno l’una sull’altra come coltri oniriche.
E’ forse più simile in questo a Jem Southam che ritorna dopo anni o mesi negli stessi luoghi, registrandone accuratamente le modificazioni e i cambiamenti, senza mai intervenire sulla loro bellezza, e che guarda quei frammenti, sempre uguale e sempre diverso, sapendo che non ne sarà mai appagato.
Ma Cesare ha sempre un respiro caldo e coinvolto sulle cose; è acutamente sensoriale, forse vicino ad un Ultimo Naturalismo in versione fotografica. Si sa, l’arte vive spesso dei luoghi in cui nasce, e in lui senti l’umido, il freddo, la morbidezza dell’epidermide, il suono dell’acqua, forse riesci ad intuire una risata argentina.
La sua è una disposizione d’animo empatica, che si interroga in continuazione come allo specchio, sul ruolo dell’uomo nella relazione con quell’ambiente che, inevitabilmente, subisce sempre modifiche ed alterazioni, anche solo attraverso uno sguardo.
E’ ancora un ossimoro per Fabbri: quella natura, quel corpo di donna sono lì, incontaminati, non toccati o modificati nella loro sostanza, nella loro materia, eppure ogni volta sono restituiti ad un’impronta diversa dal fenomenico, da quello che sono viste attraverso gli altri sguardi, attraverso le storie di qualcun altro.
Ecco, le storie, anzi, la storia vissuta come una narrazione quasi autobiografica, sempre consapevolmente accentrata sul sé, è uno degli aspetti della mitopoiesi del quotidiano di Fabbri, dove la natura, ma anche la figura umana, diventano pagine di un diario di viaggio che è in primo luogo sempre interiore.
Lo spazio degli alberi dietro casa, i faggeti, i castagneti, gli stagni resteranno luoghi sempre sconosciuti; la loro verità non sarà mai unica, ma suscettibile di mutamenti che si accumuleranno l’uno sull’altro, come una stratificazione geologica. Allo stesso modo la donna amata è destinata ad essere rintracciata attraverso luci e identità ogni volta differenti e sfugge sempre alla corsa di Cesare. Lei diventa protagonista di film, di instant movies che raccolgono i suoi giorni mentre sorride, mentre cammina; raccontano le sue mani, i suoi capelli, lo sguardo obliquo, raccontano la storia di Cesare che la guarda e la traduce al mondo in un’elegia incandescente. Partendo da un piccolo gesto, da un piccolo frammento banale ne raccoglie la bellezza eterna ed effimera, e la dichiara, così, senza pudore. In questo lui è certamente controcorrente, un po’ maudit in questi tempi assai raffreddati dove le coordinate, soprattutto nella fotografia, sono, nella maggior parte, dei casi algide e rigorose. Fabbri non appartiente alla Generazione Sedata, non è anestetizzato, né raffreddato, si mette in gioco sempre in prima persona quando fotografa, espone platealmente se stesso, i suoi dubbi, i suoi debiti, le sue fragilità, il suo perenne sentirsi oscillante tra due punti, la sua assenza di certezze, i suoi limiti. Limiti percepiti non come muro invalicabile, ma come confine da attraversare ogni volta, scatto dopo scatto, per proseguire il viaggio. Un viaggio che per lui è e sarà sempre soltanto all’inizio. Ma, in fondo, è sempre il viaggio ad essere importante, non il traguardo.
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- Published:
- Maggio 16, 2005 / 5:10 pm
- Category:
- Artisti, Ram 2005, Testi critici

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