Un’assopita vitalità: algida gioventù II, Ram 2005
Un’assopita vitalità: algida gioventù II
di Elettra Stamboulis
Ecco chi sono, gli esemplari vivi,
vivi, di una parte di noi che, morta
ci aveva illuso d’esser nuovi
Pier Paolo Pasolini
Transcultures: Una visita al supermarket dell’arte
Ogni Olimpiade che si rispetti ha bisogno della sua spazzolatina d’arte. Anche quella d’Atene ha investito impegno nella cultura e nelle esposizioni d’arte, con risultati sicuramente molto inferiori rispetto a quanto raggiunto nella costruzione di strade, ponti, impianti sportivi. Forse è meglio così: comunque nella kermesse nazionalpopolare e ricostruttiva dell’immagine della città, non poteva mancare una mostra internazionale d’arte contemporanea.
Lo spazio utilizzato è nella struttura paragonabile, per lusso e fasto, ai contenitori europei: quasi imbarazzante nella monumentalità, se si pensa al ruolo tutto sommato marginale e refrattario dell’arte contemporanea nella cultura greca fino a pochi anni fa.
Il pubblico è, come al solito, il grande assente dal luogo di esposizione vicino al Megaron della Musica, mentre colpisce la presenza immanente e diffusa delle guardie di sicurezza private. L’impressione è di entrare in una gioielleria e non in uno spazio espositivo: l’onnipresenza delle guardie contrasta d’altro canto con la totale assenza di protezione nel Museo Nazionale Archeologico, che contiene tra i maggiori capolavori dell’arte antica: lo spazio difatti è stato finalmente ristrutturato, ma le opere sono sempre disponibili al tocco, e sono presenti solo custodi di sala, non certo gente armata di tutto punto.
Già il titolo della mostra doveva condurmi a maggiori dubbi nel pagamento del biglietto, eppure la curiosità ha prevalso. La curiosità di vedere come un Paese sostanzialmente estraneo, per motivi storici contingenti (la dittatura fino al ‘74) e socio – culturali, alle tendenze e alle creazioni artistiche del ‘900 nelle arti visive europee, proponga una mostra contemporanea di dimensione internazionale. Ci sarà un’elaborazione diversa, una riflessione che tenga conto del hic et nunc, ovvero della contemporaneità dell’azione espositiva? In un certo senso questa domanda ha ricevuto una risposta positiva, anche se deludente, per l’immagine sconfortante di quello che anche l’arte contemporanea sta diventando. Le parole chiave dell’esposizione sono quelle ormai pervasive e notorie di tanti progetti espositivi circolanti; intersezione di culture, incontro, trans – qualcosa.
Gli autori presentati, i soliti noti: Bill Viola, Shirin Neshat, Kendell Geers etc. Personale di Kounellis, greco profugo nell’animo in Italia da sempre. Niente di male in tutto ciò: è la sensazione di supermercato dell’arte che rende insoddisfacente la visita. L’idea che, ovunque nel mondo, da Tokio a Pechino, a Budapest ad Atene, a Roma a New York, le immagini siano le stesse, gli stessi i loghi. Come gli stessi sono i negozi Benetton, le scarpe da ginnastica, le tazzine di caffè Illy.
La didascalia che presenta la mostra nel depliant è tutto sommato onesta: gli artisti si rivolgono ad un pubblico che ha superato le chiusure nazionali e locali. Esisterà questo pubblico? Forse quello che sta accadendo nel mondo ci dice proprio il contrario. Da Beslan a Baghdad, da Kabul a New York alla non pacificata ex Yugoslavia, tutto sembra testimoniare il contrario. Persone e gruppi che alimentano il nazionalismo locale, la ricerca ossessiva di una identità lacerata e fondamentalista: l’arte sembra essere assente da questo conflitto, serena paladina di una identità multiculturale ideale. O meglio: alcuni artisti pongono al centro la cesura, la differenza. È la retorica che sottende alla curatela che a volte storpia il materiale visivo presentato: non basta l’incontro dato dal porre in sale attigue artisti di diversa provenienza geografica per creare “l’incontro”, la “transculturalità”. O forse l’essere transculturali è stato declinato in questo tipo di mostre nel senso di globallizzato: gli stessi artisti ovunque, significano che non c’è più bisogno di scegliere, di appropriarsi della diversità di sguardo delle diverse latitudini. Il mondo è uguale, per cui gli artisti deputati alla sua rappresentazione sono gli stessi ovunque.
Riappropriarsi di un nuovo modo di intendere la mondialità non significa affatto farsi carico del peso storico terribile della marginalità, delle strettoie della società di massa per superarle, bensì fuggire, rintanarsi in un Olimpo da Vittoriale per potersi sentire ancora leggeri, fintamente integri, sicuri del ruolo
In questo sembra potere scorgere qualcosa del moralismo diffuso nel gusto post – industriale di cui siamo portatori, e questo lascia la bocca amara.
Il nostro piccolo supermarket
Nella selezione dei premi di giovani artisti c’è sempre un’attesa e un’emozione diversa, una fibrillazione simile alla sensazione che si è provati da bambini di fronte alla apertura dei regali del compleanno. Fila di buste chiuse i cui pregi non si possono indovinare, se non al secondo sguardo, e pregi che spesso sono filtrati dalla forma di presentazione del materiale. Diapositive scolorite o foto digitali di scarsa qualità, ottime riproduzioni insieme a pacchi naif, colorati come i bigliettini dei liceali, Kitsch o lo cursi. Prima di aprire le buste c’è sempre un momento in cui queste da chiuse fanno l’occhiolino ai commissari, fiere dei segreti che contengono. C’è un mondo nuovo e nascosto, da scoprire: spesso questa attesa è insoddisfatta dalla quantità di copie contenute, dalla incredibile permanenza proprio di quel naif che pare scomparso dalla circuito espositivo ufficiale, che ovviamente si dimentica quando ci si imbatte nello sguardo nuovo, inaspettato, ironico o sintetico, di giovani artisti che a volte hanno l’acerbità e l’interesse di artisti veri. Facendo una veloce statistica, potrei dire che negli ultimi anni la percentuale si attesta al 75% di naif (pittori perlopiù: vedute ad olio, pastello, acquarello, nudi, ecc.) e 25% di altro. Questo dato ogni volta mi sconcerta e mi conforta al tempo. Ci ricorda come l’attività artistica, nel senso primario del termine, costituisca ancora per molti una forma terapeutica, espressiva, ordinaria di accertazione del sé. Ed anche se una commissione che effettui una selezione seria non può cedere alla scelta di tali opere, tuttavia esse ci accertano che, come per la poesia, forse un pubblico fatica ad esistere, ma esiste sicuramente una folta folla di realizzatori.
Torniamo quindi all’altro 25%: effettuiamo la selezione su un territorio delimitato, la Provincia di Ravenna, il quale risulta essere al di fuori dei grandi circuiti dell’arte. Diciamo una buona provincia, ma non una delle migliori. Eppure la presenza di giovani artisti di valore certifica una prolificità significativa e attenta, e soprattutto conforme a stilemi e modi dell’arte globalizzata.
Spesso si riconoscono i maestri: soprattutto dell’Accademia di Bologna. Oppure i maestri putativi, come spesso succede nei giovani. A volte, e sono gli artisti più interessanti, si riconosce la specificità di appartenenza ad un gruppo o a un territorio, senza essere però fuori dai modi di produzione del contemporaneo imperante.
A volte si riconosce un’eccessiva artisticità: una tesa ricerca dell’essere nel canone di ciò che l’arte oggi richiede. Un manierismo fuori tempo alla rincorsa di un’arte che ha fatto dell’anti-manierismo una sua forma sostanziale.
C’è a volte una fossilizzazione dell’immaginario: un rievocare modi e toni di artisti che sono stati figli di un tempo in cui l’azione artistica era totalmente vocata all’azione politica e sociale, al contesto nel quale l’azione stava accadendo. La stessa azione, lo stesso immaginario in uno scenario altro diventa afona e monca, nei peggiori casi ridicola o ininfluente. È lo stesso effetto che ci viene provocato alla riesumazione museale di tali artisti padri: il poverista senza il poverismo diventa a volte un poveretto, detto alla romagnola.
La verginità dei primi: diffusione del giovane artista in forma di panda
E comunque nel selezionare e visionare i giovani, la sensazione del disvelamento della loro verginità in parte contamina anche i commissari. Non sono colpevoli delle assenze dei loro padri, del riflusso da loro lasciato in eredità, del mid-cult imperante. Sono solo piccoli panda in crescita nello zoo espositivo che viviamo…è difficile riuscire a sopravvivere a questo terribile fraintendimento. La tentazione alla melassa e al buonismo interpretativo e critico può colpire chiunque, anche il più cinico osservatore. In questi anni ci siamo cascati? Non mi stupirei. Eppure la responsabilità della scelta costituisce di per sé una terribile spada di Damocle, che non ci giustifica, ma diventa uno sprone a non interrompere una riflessione critica su quanto selezionato, apprezzato, ma anche su quanto scartato.
Non sono d’accordo nell’estendere, in forma di protezionismo e abdicazione al senso, la visibilità dei giovani artisti perché giovani, fragili illusioni di essere nuovi per diritto d’anagrafe. A volte di giovane non hanno quasi nulla: nel senso di innovativo, se non l’età: altre ancora sono l’espressione della propria generazione, o tribù, testimoni attivi del fare presente. Certo, quello che si opera è una prima scelta, una sorta di diritto primae noctis del curatore che sfilando la verginità espositiva o critica, si assicura la non ripetibilità dell’azione. In questo c’è un azione forte di spinta all’apertura al rischio, al nuovo. Trovo però nella velocità di crescita e di opportunità date a questi artisti un pericolo abuso del blasone di artista.
È forse ancora presto per potere valutare quale sarà l’epilogo di questo pervasivo dilagare di occasioni espositive, di metri quadri liberati alla visione del contemporaneo che sta invadendo le metropoli e le città di provincia dell’impero nel mondo primo da Parigi (non da ultimo il progetto dell’ex area industriale di Billancourt di 48 ettari) a Roma (passata dall’assenza completa di spazi per il contemporaneo a ben due istituzioni, il Maxxi e il Macro), da Bolzano a Pechino.
Viene da chiedersi, che cosa vedremo? Ci sarà l’opportunità di diverse visioni, oppure prevarrà lo spettacolo unico, massificato, univoco? E soprattutto, chi stabilisce le regole di questa visione, il mercato, il curatore o il gusto del pubblico? O sono essi due fratelli siamesi, fortemente abbracciati?
Troppi quesiti, a cui noi dalla provincia dell’impero fatichiamo a rispondere.
Riusciamo solo a selezionare vergini panda, che lasceremo poi pascolare liberi e facili al tiro dei cacciatori di teste di artisti nello spettacolo globalizzato dell’arte.
Il sublime a portata di autobus: della pericolosità del talento
È un dato ormai ampiamente accettato dalla critica che l’ingresso dei mezzi di riproduzione artificiale, non artigianale, nell’arte non rendono l’operare più semplice, ma più complesso. Il postulato di tale assioma consiste nella marginalizzazione del concetto di talento e nella sua messa in riferimento e subordine all’interpretazione del gusto e dell’iconico contemporaneo. Detto questo, su che cosa si deve basare il nostro giudizio operante nella visione, ecco il neo che ogni tanto compare sulle nostre retine.
Non possiamo mettere in discussione la competenza anche tecnica di Bill Viola nella realizzazione della video installazione The Raft: rimane comunque fondamentale il principio creativo, ideativo dell’operazione stessa. La ripresa dell’immagine assai nota della zattera di Gericault, è rivisitata con un medium contemporaneo e in cui l’icona si arricchisce di segno per la potenza dell’azione in movimento. In questo mediazione tra talento e creatività riposa quindi la nostra ricerca.
La pericolosità del talento, teorizzata ad esempio da Dorfles, non mi trova completamente d’accordo. La permanenza dell’istanza, anche se espressa in modo ingenuo, da parte dei partecipanti ai concorsi d’arte di una ricerca dell’artigianalità e della competenza nella creazione artistica va assunta almeno come una delle istanze. Questa competenza può esprimersi anche nell’utilizzo del mezzo tecnologico, ma rimane a mio avviso imprescindibile base della creatività.
Nella definizione di criteri comuni nella selezione ci siamo quindi trovati d’accordo nell’interpretare in questo senso lo spazio dato al nostro guardare gli elaborati giunti.
Un ulteriore speranza, spesso devo dire assolta, è quella di ritrovare anche uno sguardo altro, preciso e consapevole del proprio frammentario angolo visuale. Non imperativo o totalitario, oserei dire coraggioso nella modestia.
Nella ricostruzione di un immaginario perentorio e visivamente univoco, ci possono essere ostacoli ed intoppi. In questo senso i giovani (e non giovani artisti) possono costituire un utile impedimento alla realizzazione di un immaginario preordinato e conforme, oppure allinearsi, seguire le orme e sedimentare quanto di nuovo è emerso, ampliandone le caratteristiche tecniche.
Nel presentare questo catalogo in forma di rivista, visibile anche fuori provincia e possibilmente fuori dai circuiti classici degli addetti ai lavori, mi coglie un po’ di panico: avrete la sensazione che ho percepito ad Atene e vorrete indietro i vostri euri? Spero sinceramente di no: ad ogni modo, fatecelo sapere.
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- Published:
- Maggio 15, 2005 / 8:58 am
- Category:
- Ram 2005, Testi critici
- Tags:
- accademia di bologna, algida gioventù, arte contemporanea, baghdad, beslan, bill viola, caffè illy, diffusione, Elettra Stamboulis, gericault, gusto, immaginario, incontro, intersezione di culture, kendell geers, kitsch, kounellis, macro, maxxi, new york, olimpiadi, pechino, Pier Paolo Pasolini, Provincia di Ravenna, Ram 2005, Ravenna, shirin neshat, the raft, transculturalità
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