Intervista a Maurizio Cattelan, Ram 2005
Intervista a Maurizio Cattelan
di Serena Simoni
Maggio 1989: arrivo nel centro storico di Forlì – a Palazzo del Diavolo (un nome, un programma) – dove vive Maurizio Cattelan. Sono lì per realizzare un pezzo per “Juliet“, rivista d’arte contemporanea con cui collaboro al tempo. Ottima la grafica, discreto lo sguardo internazionale, attenzione per gli emergenti italiani e per i territori collaterali all’arte: Roberto Vidali, il direttore editoriale che lavora a Trieste, mi ha spedito “a casa del diavolo”, perchè – come spesso – ha un ottimo fiuto.
A queste date Maurizio ha un curriculum di rispetto con partenza locale: la Biennale giovani a Faenza (1987), alcune personali alla Neon di Bologna (1888, ‘89), alla Fuxia di Verona e alla Loggetta lombardesca di Ravenna (1989). Poi alcune collettive a Forlì, Bologna, Roma, Varese e Milano. I critici che lo hanno selezionato per alcune iniziative di quegli anni sono Cerritelli e Daolio, e poco dopo: Ciavoliello e Perretta. Insomma, lavora e comincia a destare attenzione ma gioca tutto ancora in sordina: a Milano è penetrato dalla porta del design-artistico e collabora con una galleria a Brera che tratta design-non design, oggetti d’artista, e via dicendo. Mendini l’ha da poco selezionato per il Museo del design in una mostra che si aprirà di lì a poco (1990) che ospita lavori di designer puri ma anche di artisti che si avvicinano con la progettazione a questi temi.
Di sicuro, il lavoro di quegli anni è molto diverso da quello che l’ha lanciato nel mondo interplanetario dei vip. Così, non so se poi gli farebbe piacere rileggere questa intervista e rivedere i suoi lavori del tempo che a dir poco oggi considerebbe appartenenti al mesozoico. La “virata” del suo lavoro l’ha proposta proprio nel 1990, subito prima di spostarsi a vivere a Milano.
I brani dell’intervista che segue rispecchiano quindi un mondo precedente, un artista prima della “fama” e della sua maturità, un suo modo di procedere e di pensare che – sinceramente – non so in che misura possono corrispondere al lavoro e all’artista che oggi è sparato su tutte le riviste internazionali appena respira.
Poco importa, in un certo senso: anche se parlassimo di un altro, distante, c’è un interesse che credo condiviso di scoprire gli esordi, ci sono alcuni segreti di mestiere, altre cose al tempo giudicate importanti, che possono vedersi in filigrana anche nella sua produzione recente. La chiaccherata, durata circa un’ora e mezza, è intraducibile in parte: un po’ perchè sono commenti diretti mentre sfogliamo i suoi lavori (lì, molto ho dovuto tagliare), un po’ perchè si parla di noi e ancora perchè – credo spaventato dalla registrazione – Cattelan parla alzandosi varie volte, terminando le frasi in bisbigli a sè stesso, fra affermazioni espresse come domande. Tutto ciò non dettato da insicurezza, ma da dubbi. Fra altrettante certezze.
Il motivo infine della pubblicazione su questo catalogo. E’ chiaro che questo materiale poteva rimanere sepolto nei miei cassetti ma non mi è mai sembrato così sensato. Potevo spedirlo a Maurizio, magari per il suo compleanno (l’ho pensato in effetti) – una specie di regalo-specchio dal passato – ma avremmo dovuto mantenere dei contatti più significativi. Anche a questo mancava il senso.
Mi ha convinto la non economicitàdell’operazione: presentare questo inedito in un catalogo di giovani artisti mi è sembrata un’opportunitàpiù in sintonia. Più interessante per il catalogo stesso e per chi presentava il lavoro. Una specie di augurio a chi è agli inizi. E in sintonia con il Cattelan di quei tempi, mi riferisco a quelli della “Cooperativa Romagnola Scienziati” (1989) fondata da lui con altri forlivesi, che operava in maniera anche abusiva a tutela della produzione di pensiero, con “la finalitàdi carattere (unicamente) etico, umanitario, filantropico … per l’accrescimento della coscienza sociale e civile tramite microinterventi nei sistemi di comunicazione e informazione”.
Un virus insomma, che per pensare – giustamente – non chiede il permesso. Come fa in fin dei conti ancora adesso Maurizio Cattelan.
S.S.: Stavamo parlando di quel lavoro di De Maria …
M.C.: Sì, in un deserto in America ha piantato – dico un’esagerazione – 500 pali d’acciaio in una zona in cui per 3, 4 mesi all’anno ci sono temporali mostruosi; praticamente è secca per 9 nove mesi e poi un’inondazione… secondo me è un lavoro bellissimo…
C’è quindi una catalizzazione di queste tempeste …
C’è un coinvolgimento di un elemento atmosferico e una sorta di casualità : messe assieme danno una nuova interpretazione dell’evento.
Come è nata la serie recente dei tuoi lavori?
Mi interessava molto il discorso di mettermi in poltrona e veder che qualcun altro potesse dipingere per me. E ho pensato che potevo risolvere con la meccanica o con un informatico oppure con la biologia … ma l’informatica è a un livello ancora involuto, e volevo anche superare l’alimentazione, l’energia elettrica.
L’anno scorso ho fatto questo lavoro (Cerniere, 1989), sempre intorno a una sorta di naturale – ma è una natura “codarda”- che era visto un po’ in maniera sintetica, con un linguaggio più futuribile. Anche questo mi sembrava che potesse avere un filo logico, un seguito. Mi interessa molto la storia a episodi. E poi … le coincidenze – avevo qui dei doppi vetri e la cosa mi si è materializzata. A parte che molti lavori li faccio col plexiglass per cui c’è continuamente questa trasparenza fra contenitore e contenuto.
Come sono nate “Cerniere”?
Da una cornice: all’inizio l’idea era di appenderla al muro proprio come un quadro. Io mettevo gli strumenti, come il pittore dàil colore sulla tela, e le piante hanno iniziato a mettere le radici. Le piante hanno un tempo … E’ strano, io non ho mai avuto molto gran feeeling con la biologia …
Poco pollice verde, anche?
Sinceramente sì … ti giuro mi ha cambiato un po’ – non dico l’esistenza – però ultimamente ho un altro ritmo: alla mattina devi dare l’acqua, poi devi controllare. E’ un orologio diverso dal tuo, diverso da un certo ritmo che ormai abbiamo assorbito.
E’ divertente pensare a lavori che – ok, cataloghiamoli nel design – mutano nel tempo…
Infatti. Stavo cercando di realizzare la scultura che invecchiava … bene o male queste sono qualcosa che a modo suo cresce.
Questo lavoro è invece precedente: è di vetroresina, con queste testine che zampillano. Si chiama “Cactus vigliacco”. Questi invece sono i “Trifidi”.
…queste lampade?
Sì. Sono quelle che mi permettono di andare avanti, ogni tanto ne do via qualcuna. Le ho presentate alla Neon e ora c’è un negozio di Brera che le distribuisce. Adesso sono in mostra ad Amsterdam assieme a questi tavoli … . Anche questi, se uno dovesse guardarli dall’alto del design sono poco funzionali, hanno dei problemi di lavorazione che un’industria non può prendere in considerazione; possono andare bene per una produzione di 10 pezzi.
Questo lavoro (L’angolo dei ricordi, 1989) non ha bisogno di molte spiegazioni. L’ho affrontato partendo da una considerazione sull’architettura europea e sull’architettura orientale: ci sono delle zone d’ombra nell’abitazione così come nella vita. Infatti si chiama “L’angolo dei ricordi” – ne ho uno fatto qui, diciamo l’abbozzo dell’idea – poi invece l’ho affrontato come un oggetto artistico in chiave di design, alla fine, sì – c’è una funzione – però …
Come nascono i tuoi progetti?
Il progetto è la storia di un periodo. Ci tengo a sottolinearlo anche perchè poi è da 2, 3 anni e mezzo che mi occupo di visuale, prima ho avuto esperienze col video, poi prima ancora ho fatto altre cose …
Video o video-installazioni?
Assieme ad altri due ragazzi di Padova – ci siamo incontrati per affinità- elaboravamo delle immagini con un’atrezzatura particolare, un sistema che avevamo messo a punto. La ricerca ha sconfinato nel fumetto che – se vuoi – è un po’ la negazione del video … era l’83, abbiamo anche collaborato con “Frigidaire“. Poi ci siamo misurati col video come strumento complesso e abbiamo prodotto due lavori. Ad un certo punto c’è stata, almeno da parte mia, la necessitàdi … mi sentivo proprio una manualitàche stava crescendo e ho iniziato a fare dei manufatti. La mia formazione è più tradizionale.
Il video quindi è un’esperienza passata…
Quando sono arrivato qui ho iniziato un corso a Bologna – uno dei corsi pilota della Comunità europea e ho fatto 6 mesi al computer. Mi si stava veramente ingrossando la testa e mi diventava piccolo il corpo: facevo 8 ore, poi quando tornavo a casa ho iniziato a chiedermi: quand’è che mi uccido?
All’inizio del corso c’era la sensazione di avere un buon potere su qualcosa che ti sembra non dico irraggiungibile ma incomprensibile – dominare la macchina – poi, quando ti accorgi che c’è solo una serie di istruzioni che potrebbero essere come quelle che si usano per programmare la lavatrice perdi l’interesse, se non riesci a coniugarlo con la tua ricerca. Allora sono iniziati questi primi esperimenti di composizione automatica di parole, poi la cosa è un po’ scemata…
Come vedi la tua prima produzione?
Era l’idea antropomorfa che mi convinceva nell’elaborazione. Questo ad esempio era una specie di piccolo essere con uno stomaco di carta straccia. Rivedendo questi primi lavori li ho riletti in chiave funzionale. Non so, 30 anni dopo non ha proprio senso rifare una cosa così, ci sono giàdei maestri che hanno detto tutto … Ho buttato fuori praticamente per un anno e mezzo un sacco di roba poi a un certo punto mi sono fermato e ho detto – e adesso che cosa ne faccio? – e ho incominciato a selezionare e a rifare, perchè la contestualizzazione ora è all’interno di un ambito che non è più quello artistico ma quello della produzione di design a matrice artigianale …
Alcune di queste lampade a guardarle bene mi ricordavano un lavoro di De Chirico. Quando le ho fatte le avevo pensate per me, avevo pensato a un mio zio che faceva – con bottiglie della vecchia Romagna – paralumi, e mi sono chiesto: se adesso mio zio dovesse riprendere in mano di nuovo le pinze cosa farebbe?
Praticamente ti sei buttato su questo versante dal 1986 circa?
Sì, coscienziosamente dall’anno scorso (1988) quando ho iniziato i viaggi a Milano e ho incominciato a incontrare altre persone che si muovono in questa direzione.
Ecco, lentamente incomincio a mettere giù i tasselli della mia esperienza man mano che verifico, elaboro e mi misuro. C’è la verifica e poi il superamento – almeno sento che è stato così: per esempio dal gennaio dell’anno scorso a gennaio di quest’anno sono accaduti 3 episodi che mi hanno permesso di consumare questa esperienza. Questo lavoro era in galleria ma adesso in galleria non lo farei più. C’è questo sedimentarsi, questo rielaborare in continuazione il vissuto che è per me la cosa più importante oltre al lavoro. Il vissuto è quello che alla fine mi interessa … c’è questa ricerca nella mia vita …
Quello che finora ho trovato in minima parte è questa mancanza di punti di riferimento. Mi sembra che non ci sia una coscienza, in generale … che è un qualcosa che sta lentamente precipitando… beh è il discorso di prima, un problema che non è un problema, poi. Secondo me la forza è proprio questa, per quanto riguarda questo nuovo territorio. Il dramma è che non si riesca a capire che il lavoro è forte quando muove dei perchè, quando – qualsiasi cosa sia – ti faccia riflettere, ti faccia soffermare un attimo anche sui tuoi casi, sui casi della vita. Che poi sia poesia, pensiero, che sia quello che sia …
Questi mi sembrano lavori molto più minimali…
Sono i primissimi. Anche adesso i lavori lo sono … ma lì non mi preoccupavo molto. Adesso avrei un po’ più di problemi, a parte questa serie delle scatole che ho superato …
Davi molto più spazio all’ironia?
Mi interessava molto la raffigurazione di un immaginario antropomorfo. Ogni cosa che trovavo poi, dopo un po’ che rimaneva qui in casa, si animava.
Un immaginario antromopomorfo che viene sviluppato nell’oggetto: anche questi non sono oggetti utili ma oggetti che “fanno” presenza, che sono “presenti”…
Sì. Spesso l’idea era questa: un’idea anche abbastanza semplice del capovolgimento dei significati, dei significanti. E un certo recupero delle cose.
Per esempio questa poltrona – “Rulò” – mi sembra una sintesi di questi due anni di capovolgimenti: alla fine penso che si possa salvare poco ma quel poco contiene tutto. E’ rappresentato con forza, calibrata, nè oltre nè prima. Anche questa può essere considerata un oggetto “presenza”: perchè poi in realtàla sua funzione, quella di sedercisi sopra, non è possibile. Ho fatto tutta una serie di disegni sui suoi modi d’uso: ci si può pisciare sopra, ci si può cucinare, ci si può sedere, può diventare il centro di una situazione, di un happening, può diventare una cosa secondaria …
Anche questo: a un certo punto ho deciso di disegnare i mille modi d’uso di un oggetto, ma di qualsiasi oggetto …
Comunque, questa carica ironica mi sembra tu la continui a sviluppare …
Questa è “Cooperativa romagnola”… qui in Romagna il cooperativismo è spinto all’eccesso: è un omaggio alla mia attività.
Anche questo è sempre dell’86?
Sì … mi dicevo: voglio fare un tavolo che sia inservibile. E infatti ha più di mille gambe, è un “tavolo millepiedi”.
Mi han fatto osservare, di questi primi lavori del ‘86-87 e mezzo, che questi legami, questa affezione per i particolari sarebbe una sorta di cordone ombelicale da cui non ho ancora il coraggio di separarmi. Forse hanno anche ragione, o forse potrebbe anche essere quell’elemento che invece, accentuato, diventa lo “stilema” … ma chissenefrega …
Credo che qualsiasi sia il punto di partenza, diventa poco importante. Si parte sempre dalla propria storia o dalla propria ossessione…
Aspetta, io penso che sia il contrario: il lavoro come terapia e non il lavoro come malattia.
All’inizio per i primi lavori ho usato capelli, scarpe, altri oggetti … Hai presente la storia dei capelli? Ero dal barbiere ed è affiorato questo ricordo da bambino, un giorno, mi ero chiesto: e se adesso conservassi i capelli, fra 10, 20 anni…
… quanti chili ne avresti?
… quanti?! L’associazione è stata con i miei capelli. Però a leggerla a distanza di tempo sono convinto che la testa produca anche delle immagini. La mia testa mi ha ritornato un imput di molti anni fa ma adesso ho elementi per dirti che è una cosa che apparteneva a un passato molto più recente.
Ho lavorato all’ospedale per 3/4 anni: lì trovi questo rapporto con la vita e la morte molto intenso … e probabilmente per superare quell’attimo molto difficile, ad un certo punto son diventato cinico: la non sofferenza di fronte al circolo della vita. Secondo me è qualcosa di malato: probabilmente per superarla, inconsciamente ho dovuto proprio lavorare con questi materiali. Probabilmente anche per sdrammatizzarli … E’ l’altra parte di me.
Nell’accezione comune, con ironico si intende una persona che generalmente pone un distacco dagli avvenimenti, una non partecipazione. Ma l’ironia potrebbe in realtàcoprire un amore fondamentale per la vita…
Beh – ti dò ragione – e aggiungo un’altra cosa: questi lavori hanno una patina d’ironia. Se li guardi un po’ meglio alcuni hanno una tristezza sconsolata, deserta.
Questo è l’unico che è stato presentato, il resto sono tutti lavori che ho fatto pubblicare ma che non mi sembrava giusto mettere in una mostra … Il momento di superarli c’era già. Questo - “Il quadrupede” – aveva un occhio che si muoveva, c’era il videoregistratore: diventava un essere col suo stomaco di pelo. Questi sono tutti capelli: secondo me, è di un tristerrimo …
Avevi registrato il tuo occhio?
Sì, una mezz’ora di quest’occhio che si muove, fa anche dei rumorini … Ogni tanto si anima: viene fuori l’occhio, il labbro, oppure il naso…
E le scarpe?
Le ho usate perchè se fai sempre attenzione, e ti fanno male i piedi, soffermi la tua attenzione sulle scarpe e inizi a elaborare. Ti chiedi: “la scarpa che cos’è”, e ci ricami intorno.
Ci sono dei legami forti col tuo passato.
Perchè dài importanza alle cose.
Dài importanza al tempo stesso alla continuità, a quei fili che hanno un legame molto stretto col tuo passato.
Sì, probabilmente inconscio…
E che dici di “Passaggio segreto”?
Mi interessava tracciare il domestico attraverso dei percorsi … tracciare dei percorsi di vita, se vuoi. Qualcosa per identificare un luogo con un segnale che non fosse però la segnaletica, cioè un’indicazione: una maniera inoltre di vedere attraverso … perchè se la porta è chiusa, diventa un segnale e al tempo stesso ironizza anche su quello, e ti dàgli estremi poi di un vissuto …
Adesso tutto questo lavoro non mi interessa più: lì erano energie che portavano alla consapevolezza. Adesso sento che è la riflessione che porta ad altri passaggi.
A proposito di questa riflessione… quali sono i termini che ti poni?
Intanto ci tengo a sottolineare la forma episodica del progetto. Non è un progetto quadriennale, trentennale: è un progetto a breve scadenza. Sono episodi dove le scadenze spesso si concludono con operazioni o semplicemente con tappe che esauriscono il loro interesse da parte mia. I progetti nascono spesso per analogia semplice. Prima ti parlavo dell’attenzione che un malessere può portare: se è un malessere esistenziale ti ci fermi, se è un malessere di tipo molto più banale, come il mal di scarpe, può essere il tramite che ti porta a fare una riflessione più particolareggiata o più estesa, che però chiaramente supera immediatamente il mal di piedi.
Quindi è un’attenzione che diventa attiva e in profonditàrispetto a elementi che altrimenti passerebbero inosservati.
Ritorna il discorso di prima che probabilmente in maniera anche inconscia mi autolancio dei messaggi. L’analogia: in questo caso la molla che mi ha fatto muovere era proprio questo: uscivo da un momento di estrema stanchezza, da qui la riflessione: “perchè ero stanco”? Lo ero perchè non avevo capito che i termini del lavoro non erano la quantitàma la qualità. A quel punto ti siedi e guardi. Il punto di partenza è stata quella riflessione.
Quanto c’è di surrealista in queste analogie?
Ben poco.
Se dovessi fare dei contorni al tuo lavoro parleresti di…
Di onestà, innanzi tutto. Se non c’è quella, naufraghi, e poi dopo un po’ si smaschera facilmente il lavoro che non regge al tempo. E questo per rispetto sempre a se stessi. L’onestàdel progetto.
L’ironia secondo te è un’altra parola chiave?
Sì, però è un condimento, non una parola chiave.
Il tempo?
Il tempo. Un tempo in avanti, un tempo indietro. L’anno scorso c’era questo viaggio – non so – mi sembra più dal futuro a un passato presente. Adesso è un tempo-tempo, un tempo che si vive. Gli inglesi hanno un tempo che non abbiamo in italiano…
quello che indica un’azione al presente nella sua continuità?
ecco, questi lavori hanno quel tempo lì. Sì, adesso la questione del tempo mi sta macinando …
Che rapporto hai con i tuoi lavori una volta finiti?
Nel giro di ogni 2/3 mesi butto via tutto quanto. Per me è una questione di pulizia organica come quella che fa l’intestino. Un’altra cosa importante che secondo me si rispecchia nel lavoro è che questa pulizia – che poi faccio anche nel lavoro – ne determina le scelte e spesso ne forma le linee più essenziali. Certi barocchismi mi infastidiscono non perchè non mi piacciano – anzi, nel lavoro degli altri mi piacciono – però è un fardello, come se dovessi camminare e ci fosse qualcosa che me lo impedisce.
Una parte di barocchismo c’è nei lavori di Mendini…
Sai cosa mi piace di Mendini? Il progetto. I manufatti spesso li trovo distanti. Ci siamo incontrati ed è stato molto bello: mi ha selezionato per questa mostra al Museo del Design a Milano, la cui apertura sarànel ‘90. Ha raccolto 100 personaggi che si muovono molto più nel design ma assieme a molti che sono così – una via di mezzo – e secondo me ha di nuovo colpito nel segno. Ti dicevo che anche a lui mi fa impazzire per il rigore che ha dato dei frutti: ad esempio il suo impegno nel design radicale ha segnato una generazione.
Questi sono oggetti di recupero?
No, me li regalavano ogni tanto, mi capitano sotto mano, magari li vado a comperare. Vado dall’idraulico, vedo un pezzo e me lo porto via.
Raccogli dei pezzi realizzati da altri…
Come questo: l’ho comperato dal ferrovecchio. E’ un tubo di un tornitore o di un saldatore: potrebbe essere un vaso per una tomba. Non c’è altra spiegazione, perchè questi 4 manici sono troppo assurdi. C’è un altro pezzo che ti faccio vedere … questo è in aperta campagna …
Questa creativitàcasuale e anonima è incredibile…
… è uno specchio che ti ingabbia. Questa invece è una cosa molto vecchia del ‘84, di quando ero a Padova. C’era Chiggio, un membro del gruppo N legato alle esperienze dell’arte cinetica, che aveva uno spazio dove trattava queste cose: l’assenza della pittoricitàda cui una propensione verso l’industriale. Lui è sempre stato un grande sostenitore – diciamo così – del Marcello …
Marcello?
… Duchamp! Chiggio aveva fatto una serie di lavori ironici, con un altro di Venezia: un lavoro ludico. Lui si professava l’uomo che faceva il lavoro più antico del mondo (ride).
Non ci conoscevamo: lui aveva questo spazio dove presentava questi lavori … e gli avevo presentato un bell’assegno di trenta denari – che era l’assegno che Marcello diede al dentista … io invece stampai delle locandine con la data della mostra e le attaccai in giro per la città. Poi mi venne a cercare una socia per denunciarmi per immagine lesa …
L’altro giorno li ho ripresi in mano e mi son detto che non mi appartengono affatto.
Qualche idea per i prossimi lavori?
Adesso stavo pensando a qualcosa con gli uccelli ma ho Calzolari negli occhi … e anche Kounellis. Mi secca. Volevo fare – se trovo una persona che tira fuori i soldi – una lastra 3 metri per 2, completamente piegata che si sorregge da sola, così puoi superare anche la giunzione, molto stretta, a cui tolgo la terza dimensione. Dentro c’è un pesce … è un acquario di 2 centimetri dove il pesce è costretto ad andare … in una sorta di grande monitor. Tutto sommato c’è l’elaborazione di un vedere che ho sempre sotto gli occhi. Il pesce può andare continuamente: è su quel film.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Anche tu hai tirato fuori la questione del tempo, mannaggia! … Non ho risposto alle domande …
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- Published:
- Maggio 15, 2005 / 9:04 am
- Category:
- Ram 2005, Testi critici
- Tags:
- arte, arte contemporanea, brera, cactus vigliacco, cerniere, cerritelli, cooperativa romagnola scienziati, daolio, de chirico, design, duchamp, frigidaire, il quadrupede, ironia, juliet, kounellis, l'angolo dei ricordi, Loggetta Lombardesca, maurizio cattelan, mendini, minimal art, neon di bologna, passaggio segreto, perretta, pittura, Ram 2005, Ravenna, roberto vidali, Serena Simoni, tempo, trifidi, video-installazioni



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