Angelo Mennillo, Ram 2002
…Ruggine e rincorse…
di Ferruccio Giromini
Il fumetto è morto? Il fumetto è risorto! Per quante volte si sia già sentito questo discorso – o questi due discorsi disgiunti – in realtà non è mai finita: capiterà ancora e ancora, c’è da scommettere. Chi era abituato ai fantasiosi “funnies” di inizio Novecento rimase del tutto spiazzato dinanzi ai parlatissimi “comics” degli anni Venti. Chi era cresciuto con gli eleganti eroi avventurosi degli anni Trenta faticava ad apprezzare i più violenti e sbrigativi protagonisti del dopoguerra. Chi si era divertito con gli spensierati characters dei Fifties non riusciva a mettersi in sintonia con gli approcci intellettuali partoriti dalla rivoluzione contestataria dei Sixties. Gli amanti della fantascienza metallurlante e della satira frigideriana hanno spesso schifato i supereroi marveliani. Gli appassionati collezionisti dei volumetti bonelliani hanno volentieri evitato come la peste i pocket di manga giapponesi. I divoratori di storielle topolinesche e paperopolitane abborrono l’introversa produzione contemporanea di disperazioni underground. In realtà, muore un tipo di fumetto e ne rinasce intanto un altro. Nella sua inesauribile samsara di reincarnazioni, anche molto diverse l’una dall’altra e una dopo l’altra, il fumetto sembra una Fenice quasi immortale. E oggi il fumetto rinasce in un avatar ancora diverso nelle opere dei ragazzi del Terzo Millennio, che più che al passato (appartenente ad altri) guardano al futuro, invece tutto loro. Un esempio fresco fresco l’abbiamo qui, sotto i nostri occhi all’apparenza già sazi ma in realtà ormai bulimici in modo irrimediabile. Il diciannovenne Angelo Mennillo, promettente poeta del segno nero, seducente coloritore della parola.
E’ davvero interessante come il fumetto neonato, il fumetto del domani, se ne vada per una strada tutta sua, imparando a camminare su equilibri inediti. Nel guardare le tavole immaginate da questo very young artist, incappiamo infatti in una commistione frammentaria di lampi d’occhiate e di saette di voci, disegnantisi fulminanti su un brontolio di lontani tuoni dolorosi. Qui il fumetto è espressione primaria di un’anima senza un centro: vagabonda su orbite centrifughe, ancora indecisa tra il vorrei e il potrei… È evidente che la giovanissima età non induce ad una volitività perentoria, ad una sicurezza dell’essere né dell’avere, ad una padronanza assoluta del mestiere di vivere e di saper fare; è evidente che la giovanissima età sospinge verso esplorazioni e annusamenti a zigzag, per esperire quanto per mettersi alla prova, verso incontri e scoperte, verso offerte indecise e dinieghi interrogativi, generosità disinteressate e candide trappole ricattatorie. È proprio questo il bello. Amen – come si firma con delicata autoironia il nostro Angelo Mennillo – sui suoi rettangoli di carta rapprende lacerti della propria essenza, più ancora che della propria esistenza. È il suo modo di raccontarsi, lirico; un modo irrinunciabile di mescolare curiosità e intuizione, di dar forma sensibile alle proprie “fiamme, foschie e patimenti”. Il suo fumetto, per quanto inesperto, riesce ad essere caleidoscopio schietto di soffi vitali, groviglio di tubi vivi e gorgoglianti, dissolvenza incrociata e continua tra spiriti e carni, ala che si libra e goccia che precipita. È una performance vitalistica. Di un essere in fiore che cerca se stesso e si trova a pezzetti, un po’ per volta, nel cercarsi. Di un giovane artista che, semplicemente, ha “sempre il bisogno di agitare un’ampolla di creatività per sentirsi in pace con se stesso”.
Per ora, ancora, il fumetto di Angelo Mennillo è Angelo Mennillo. Che ci si dà, si offre a noi, tutto e del tutto – Amen.
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- Published:
- Maggio 6, 2002 / 2:23 pm
- Category:
- Artisti, Ram 2002, Testi critici
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