Andrea Salvatori, Ram 2001

Andrea Salvatori

testo Giulio Guberti

a corpo nudo, con narcisismo e molta autoironia

Andrea Salvatori è un giovane uomo di 25 anni, ha frequentato l’Istituto d’arte per la ceramica di Faenza e l’Accademia di Bologna: molto elegante e sicuro di sé. Basterà leggere una sua affermazione: “Il mio lavoro non è relazionabile, codesto è il mio lavoro, ciò che si vede è, amore per l’oggetto, per le cose, l’agire che c’è tra me e l’oggetto e l’oggetto e me, da goderselo se a qualcuno piace”. Se proprio si volessero fare dei riferimenti o cercare ascendenze, ma nella nostra epoca non è più necessario a meno che non si voglia risalire ad Adamo, credo si dovrebbero fare i nomi di Luigi Ontani che da molto tempo va misurandosi con la ceramica e di Jeff Koons, pervaso forse da un umorismo più consumato. Se le sue opere non sono “relazionabili” si potrà almeno tentare di interpretarle a partire proprio da questa sua affermazione rapportata al suo lavoro. L’”oggetto” (per dirla con lui stesso) della sua rappresentazione è il suo corpo, il suo autoritratto in ceramica. Ma nel suo caso non è sufficiente riportare le prime considerazioni di Freud, “L’Io non è più padrone in casa propria”, dal momento che all’Io si accompagna quello strano ospite che è l’Es ovvero l’inconscio e il Super Io, cioè il rapporto con l’altro. Quantomeno bisognerebbe riportare e rapportare le sue opere a quell’indice di gradimento che è il Witz freudiano (il motto di spirito), o l’ironia. Sarei tentato di spingermi ancora più innanzi citando questa volta Nietzsche: “L’Io è un prodotto della grammatica”, per dire che si tratta di una finzione ed è irriducibile a una presunta identità. Ma come conciliare questa caduta dell’io cartesiano che trascina con sé l’”oggettività” del mondo, con l’amore per l’”oggetto” di Salavatori? Amore vero, basterà guardare l’eccellente fattura di quelle figurine vestite e alcune volte nude(anche col pene eretto), spesso di una tonalità rosata, che la fotografia non rende (ed è, in generale, un buon sintomo perché spesso la fotografia è nemica della scultura o per lo meno non le è amica).in definitiva un’operazione concettuale tramite “oggetti” ben determinabili e riconoscibili. Da qui parte l’ironia che gioca poi su più tavoli: il minuto, il nascondimento, la dissimulazione, il bizzarro. Salvatori nomina le sue opere “Senza titolo”, per cui non è facile indicarle se non descrivendole. Si veda quella nella quale la “figurina-autoritratto” è inserita in mezzo a tante altre piccole statue trovate nei vari mercatini: si tratta di un virtuale bagno di folla eterogenea, popolani, damine del settecento, animali, papere, ecc. È una sfida a trovarla e per allegoria a trovare lui in mezzo a una folla reale e irreale, un gioco di occultamento. L’occultamento è un’operazione lungamente studiata e introitata dall’arte, ma non solo, di questo secolo: quello dell’inconscio o dei sogni che sono in rapporto stretto con l’inconscio appunto o dell’ideologia come falsa coscienza o dei messaggi subliminali della pubblicità o quello noto a tutti della politica, ma si potrebbe continuare.Qui è particolarmente divertente per la minutezza (una scelta per Salvatori) dell’opera: 54 x 54 e un’altezza da 2 a 20 cm. L’opera “da tavolino” (così Salvatori indica tutti i suoi lavori) poggia su un quadrato di tessuto realizzato all’uncinetto: come se i suoi ampi baffi, segno di mascolinità, si dovessero confrontare con la sua parte femminile (tutti i maschi ne hanno una e viceversa). L’ironia è quella particolare forma di finzione o dissimulazione o occultamento appunto che indica il contrario di ciò che si vuol far credere: da questo punto di vista la sua opera è quasi una definizione da dizionario. Ecco perché ho scritto di un’operazione in certo qual senso concettuale. L’altro suo lavoro che vorrei esaminare è una specie di mini monumento neoclassico nel quale quattro tartarughe sostengono un cubo su cui è posta una berlina sportiva, su questa un vaso-coppa sul quale si pone in orizzontale un pescecane e infine lui dritto, vestito in doppiopetto, con l’avambraccio della mano destra piegato all’americana (la mano però non sta sul cuore ma sullo stomaco) in una posa monumentale ottocentesca. Qui il gioco ironico sta nella dissimulazione: si finge la celebrazione e si celebra il ridicolo. L’altra caratteristica, non molto frequente tra gli artisti, è un approccio alla scienza sempre in chiave ironica: la mutazione (De Vries) e l’evoluzione (Darwin) che della prima è conseguenza, fino al suo completamento, l’homo sapiens sapiens che naturalmente è l’autoritratto dell’artista. Il bersaglio dell’humor non è la scienza ma l’uomo e, nell’evoluzione, ciò che forse avverrà sul piano genetico per colpa dell’uomo stesso. Quelle mutazioni e manipolazioni che, in un’altra opera producono malformazioni (due peni, lo sviluppo del seno nel maschio, la mancanza di un arto, ecc), sono un segnale: qui l’ironia sfiora la satira. Tutto questo con la leggerezza di sempre. Credo si possa affermare che c’è un gran bisogno di sorridere e tanto meglio se gli “oggetti” che provocano il sorriso sono di ottima qualità. E tuttavia, nel caso di Salvatori, sfiorano fenomeni inquietanti del nostro tempo: il rapporto con l’altro e con la folla, la morte dell’arte classica, le conflittualità in seno alla scienza e alla fede, ecc.


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