Giulia Ricci, Ram 2001
Giulia Ricci
a cura di Maria Rita Bentini
Artestudio Sumithra, Ravenna
I think I lost myself
E’ vero che non sapersi orientare in una città non vuol dir molto, che quasi sempre il bello, alla fine, è lo smarrirsi in essa (”un’arte tutta da imparare” per Walter Benjamin che dà a questa esperienza la forma labirintica degli arabeschi che talvolta, pensando ad altro, lasciamo a penna su fogli e quaderni). Ma è anche vero che da qualche parte, nel manuale delle giovani marmotte del viaggiatore, tra le cose da fare prima o durante il viaggio, c’è l’imperativo categorico di “procurasi una piantina”. Tra le varie sensate ragioni – a) farsi immediatamente riconoscere come turista, b) fingere di sapere dove si è, avendo in tasca la mappa della città, c) poter chiedere a qualcuno informazioni che non hanno quasi mai riscontro sulla carta – esiste la necessità, il bisogno forse quasi fisiologico, di darsi punti di riferimento nel flusso nuovo della realtà fatta di immagini multiformi, sfuggenti alle misure acquisite altrove. Resistiamo così al piacere di perderci nei mille centri della topografia urbana perché essi riflettono la precarietà di un io sottratto a coordinate esistenziali consolidate, cerchiamo di appropriarci dello spazio intorno a noi con categorie razionali, trovando artificiosamente su quella carta ascisse e ordinate, direzioni, percorsi. Giulia Ricci ha cominciato un capitolo nuovo della sua vita ( e della sua progettualità artistica) nei cinque mesi trascorsi nella primavera del ‘99 in un’altra città e in un altro paese, a Birmigham. I tappeti di carta che ha cominciato a comporre allora come allegri, leggerissimi patchwork, utilizzavano le carte geografiche della città e del territorio circostante compagne di strada nell’esperienza quotidiana alla ricerca dei luoghi in una città sconosciuta, qui accuratamente ritagliate a quadratini, poi mescolate ad arte, per sovvertire ogni possibile orientering. La superficie , con le sue magiche scacchiere, dava inizio a un gioco ammaliante: fatto di colori, di riflessi iridescenti (quella carta ologrammata che si trova solo nelle cartolerie del Regno Unito!), di bianchi e di neri. Un gioco ironico e divertito sulla realtà di sé: frammentata e dispersa in un nuovo spazio circostante, investita dal caleidoscopico movimento di inediti frammenti di vita intorno. Dare ordine alla molteplicità dell’esistente nella dimensione metaforica e ludica dello spazio artistico, è una necessità presente negli altri progetti avviati a Birmingham, da Tesco Clubcard a The Toilet Paper Collection: fare per mesi la spesa ai supermercati Tesco e conservare come tessere del gioco (e della vita) tutti gli scontrini dove si leggono i punti accumulati di volta in volta sulla propria card (salvo poi sottrarsi al game collettivo non utilizzando alla fine del soggiorno quei 150 punti, giusti giusti per avere il premio…), visitare musei e gallerie d’arte in giro per il mondo – pellegrinaggio laico dell’odierna società occidentale – portando ogni volta con sé un pezzetto di carta igienica dalla toilette per comporre un irriverente “reliquario” in progress, sistematicamente catalogato con tanto di date e luoghi. Una molteplicità imprendibile e estensibile comunque, come le mille possibili combinazioni dei Maltesers, la pralina di cioccolato più amata dai ragazzi inglesi, che in questi fogli è stata ritagliata dalle confezioni e utilizzata come un punto, una unità minima in viaggio sulla bidimensionalità della carta per visualizzare cose e situazioni diverse (dalle orbite dei pianeti ai percorsi corporei).L’ultima serie (ancora senza titolo) cui Giulia Ricci lavora, ripropone la dimensione dello spaesamento calata nei luoghi della più nota quotidianità – Ravenna, Bologna, il territorio della regione di appartenenza – : questa volta giocando col mestiere d’occasione (che è dare diligenti informazioni turistiche) ne rovescia il fine, e allarga i confini della delocazione. Ci lasciamo dapprima guidare e sedurre dal colore, le vivaci pedane mònotono rosse blu gialle verdi o rosa scorrono allegramente come un fregio sulle pareti, ma … ecco apparire nella maglia geometrica degli scacchi territori mai visti e conosciuti. Sulle carte tagliate a piccoli quadrati e ricomposte leggiamo i nomi a noi tanto familiari, ma ogni possibile punto cardinale è sovvertito: I really lost myself at home. Le serpentine azzurre dei fiumi si addensano, oppure si allargano a volontà gli spazi verdi della città, le linee rosse o gialle delle strade si concentrano all’improvviso per creare una rocambolesca viabilità: così i labirinti dell’arabesco colorato sottraggono allo sguardo il dominio dell’ordine tanto regolarmente costruito con forme e colori. Giulia continua nell’intento di riterritorializzare i segni. Con l’apparente, ingenua levità che le appartiene, gioca con le superfici senza possedere il dono della superficialità, incrina lo sguardo.
Maria Rita Bentini
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- Published:
- Aprile 9, 2001 / 4:37 pm
- Category:
- Artisti, Ram 2001, Testi critici

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