Andrea Hess Birgit, RAM 1999
Andrea Hess Birgit
a cura di Sabina Ghinassi
Lettura di Nevio Spadoni Musica di Filippo Mazzoli
Sala Espositiva Alberto Cappello – Associazione Ravennarte
Non è frequente incontrare giovani artisti sensibili come Andrea Birgit Hess, né tendenzialmente “luminosi” come lei. Certamente sembra un paradosso questa affermazione, visto che le sue opere sono teatri notturni, visioni oniriche rubate alle coltri del sonno e dovrebbero essere, per questo, forzatamente inquietanti, cariche di angoscia. Invece i lavori di Andrea parlano di luce, della luce più intensa, quella che trafigge le ombre, le dissolve, le trasforma in semplici quinte il cui unico scopo sembra essere quello di rendere ancora più intensa la magnificenza della vita, il suo calore. Quasi la luce della notte potesse essere più vera, più reale di quella del giorno, lontana dal suo bagliore accecante, meno stordita e sedata.
Qui, su queste tele, si accende ciò che di più prezioso possiede la vita: i sogni, gli affetti traditi dai gesti ripetuti mille volte eppure unici, densi di amore ogni volta, ogni volta nuovi, quelli che il sole cancella e sbiadisce, facendoli apparire vuoti e scontati, quelli che si dimenticano e si ripetono cosi, per un’abitudine stanca, e spesso si cancellano per sempre.
Per questo i lavori di Andrea si lasciano amare come qualcosa di familiare, come qualcosa che tutti abbiamo conosciuto in qualche momento della vita e poi abbiamo lasciato per strada dietro di noi, dimenticandone i contorni, il profilo, non riuscendo a rievocarne le morbidezze, il profumo, sentendo a volte soltanto una nostalgia strana e amara di cose perdute dentro la bocca. In questi luoghi non c’é pessimismo, né spazio per macerazioni oscure o presagi di fine millenio, e se tragicità può esserci li, dietro quelle finestre, Andrea non ci rivela se quello sarà il primo o l’ultimo abbraccio, nè sappiamo come finiranno le piccole storie di questo teatro di ombre. Possiamo solo intuirne il mistero e restarne affascinati, sorridire insieme a lui, ascoltando i nostri occhi muoversi sulle superfici sinuose, incise da lievi grafie d’oro dove si animano volti, fragili vite irripetibili, come la nostra in fondo, come quella di tutti.
Ci si lascia trasportare da una fiaba ancora una volta, come quando da bambini si scivolava nel sonno con la stessa storia, mormorandone le parole, sempre uguali, fermandosi sulle pause, quasi si trattasse di un rito, di una cerimonia magica e segreta, da ripetere sempre, da stringere tra le dita.
Ognuno dei lavori di Andrea può diventare come la piccola fiammiferaia di Andersen: accendere un fiammifero, poi un altro ancora e restare li, incantato, a guardare, riscaldandosi un po’ il cuore.
E percorrere i profili delle case, senza spigoli, morbide come pan di spagna, entrare nelle chiese di meringa, nascondersi dentro il verde soffice degli alberi, perdendosi insieme ai gatti sui tetti o dietro ai passi di qualcuno che parte, sequendo il cielo stellato e la luna, una luna che osserva serena, per nulla fredda, né lontana, ma vicina e accogliente come una grande e luminosa madre.
It’s not often you meet young sensitive artists like Andrea Birgit Hess, nor those who are “luminous” by nature, like her. This assertion certainly seems paradoxical, given that her works are nocturnal scenes, dreamlike visions, stolen from underneath the blankets of sleep, and should therefore be, compulsorily, disturbing, laden with anguish. Instead, Andrea’s works speak of light, of the most intense type, that pierces through darkness and disperses it, transforming it into simple scenes, whose sole objective seems to be to intensify the magnificence of life even more. The light at night could almost be seen to be more true and more real than the light of day, far from its blinding glare which is less dazing and soothing.
Here, on these canvases, what lights up is that which is most precious in life: dreams, affections betrayed by gestures repeated a thousand times yet always unique, always full of love, always new. Affections that the sun cancels and fades, making them appear empty and taken for granted. Affections forgotten and those that are repeated time after time, out of a lazy habit, which often fade away for ever.
For these reasons, Andrea’s works call out to be loved like something familiar, like something that we’ve all experienced at some time in our life and which we’ve then abandoned behind us, and thereby forgetting the contours, the outlines, unable to recall the softness, the scent, and which we sometimes remember with a strange and bitter sense of nostalgia, like something we’ve lost in our mouth.
In these places, there’s no pessimism, nor the space for dark torments of end of millennium omens. And if there is a feeling of tragicalness, behind those windows, Andrea doesn’t reveal whether the embrace will be the first or the last one, nor do we know how the short stories of this dark scene will end. We can only guess the mystery and be fascinated by it, laughing along with him, listening to our eyes as they scan the sinuous surfaces, engraved by gentle touches of gold enlivened by faces, unrepeatable and fragile lives, which really is like our life, like that of everyone.
We’re left to be transported by a fable yet again, like when we were children and we drifted off to sleep to the same story, mumbling the words, which were always the same, stopping at the breaks. It’s almost like a rite, a magical and secret ceremony which we must always repeat and grip in our hands.
Each work by Andrea is like Anderson’s little match girl: you light a match, and then another, and then remain stationary in front of it, watching it, spellbound, warming our heart.
We scour the outline of the houses without edges, like a sponge cake, enter the meringue churches, hide in the soft green of the trees, lose ourselves with the cats on the roofs, or behind the footsteps of someone who’s leaving, follow the starry sky and the moon, which looks on serenely, not at all coldly, nor distant, but rather ready and inviting like a large and luminating mother.
Sabina Ghinassi
LUS
monologo di Nevio Spadoni
Parchè me a so la Bêlda,
cvela che tot cvènt i cor da lì
par rimigê i su mél
cvela ch’la dà a tot
sgond e’ su avé.
E tot i vo savé:
ekpumenek maru tuwaja,
a t’l’ ò za det che
l’amór e’ manda vi l’amór
amór saca a otro
l’amór e’ dà un chilz a cl’étr amór.
E’ mond l’è tot ‘na falsitê:
e’ fê cont d’gnît di s-cen u t’amaza,
pr alvê i sinèstar, du patèr e via,
mo e’ mêl d’amór l’è gnar a fêl pasê,
l’è coma scurghês int’ l’ânma
ch’la sangona e t’an la vid invel,
e me a l’so cvel ch’e’ vô dì
che Venanzio e’ puret, incóra u i va dri
da e’ dè ceh la Rusina l’à lasê
par còrar dri a e’ fiôl dla Piruncina,
cvel senza un braz, valnê pr al dòn;
ad pèl gag za u n’è bon gnânca i ghët,
e u la tnéva d’astê tot cvènt i dè
impët a l’os o bsen a la sèva,
e li, cl’ôca, pröpi cl’invurnida,
par ste caz mat la j à lasê la ca,
tri fiul e ste sgraziê.
Perché io sono l’Ubalda,
quella da cui tutti vanno per porre rimedio ai loro problemi quella che dà a tutti a ognuno ciò che gli spetta.
E tutti vogliono sapere:
ekpumnek maru tuwaja,
ti ho già detto che l’amore scaccia l’amore
“amor saca a otro”
l’amore dà un calcio all’altro amore.
Il mondo è pieno di falsità:
l’indifferenza degli uomini ti ammazza, per far passare il mal di schiena,
due padre nostro e via,
ma il mal d’amore é duro da guarire,
è come scorticarsi l’anima che sanguina
e non la vedi da nessuna parte,
e io so quel che significa:
Venanzio, poveretto, ancora sta soffrendo dal giorno che l’ha lasciato Rosina
per correre dietro al figlio della Piruncina,
quello senza un braccio, malato per le donne;
di pelo rosso già non son buoni neppure i gatti,
l’aspettava tutti i giorni di fronte all’uscio o vicino alla siepe,
e lei, quell’oca.
Proprio quella tonta,
per questo cazzo matto ha lasciato la casa tre figli
e quel disgraziato che ha finito i suoi giorni in un sanatorio.
Curriculum
1967 Nata a Stoccarda
1992 Accademia di Belle Arti di Carrara, scultura.
1994-98 Accademia di Belle Arti di Ravenna, scultura.
Mostre e attività artistiche
1995
“Mural Art Painting”, Bucarest (RO)
1996
“Arte Viva”, Festival Europeo
“Ex-Pescheria, Cervia (con M. Biehler)
1997
“En plein air”, Collettiva al Campo delle Fragole (Bologna)
“Exit”, Collettiva al Campo delle Fragole (Bologna)
“V.S.V.”, Torino Campo delle Fragole (Bologna)
“Biennale d’Arte Romagnola” Galleria d’Arte Moderna (Cesena)
“Galleria Molinella (Faenza)
“Chiesa di S.Maria ad Nives (Rimini), Accademia di Belle Arti Ravenna
“Rassegna Internazionale d’Arte” Palazzo Oliva, Sassoferrato
“Etichetta D’Artista”, Museo Internazionale dell’etichetta (Cupramontana)
1998
“Figure del Sacro” Galleria la Pescheria (Cesena)
“Exit” Collettiva al Campo delle Fragole (Bologna)
“Fiorile” Bologna e lettura di “LUS” di Nevio Spadoni al Campo delle Fragole, lettura N. Spadoni, musica di F. Mazzoli, immagini A.B.Hess
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- Published:
- Novembre 26, 1999 / 6:31 pm
- Category:
- Artisti, Ram 1999, Testi critici
- Tags:
- accademia belle arti di carrara, Accademia di Belle Arti di Ravenna, Andrea Hess Birgit, Arte viva, Associazione Ravennarte, collettiva al campo delle fragole, ex-pesceria. biehier, exit, Filippo Mazzoli, Mural Art Painting, Nevio Spadoni, Sabina Ghinassi, Sala Espositiva Alberto Cappello, scultura, stoccarda

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